Oggi, 2 dicembre, si celebra come ogni anno la Giornata Internazionale per l’abolizione della schiavitù. Nonostante questo termine possa portare alla memoria immagini e racconti del passato coloniale, purtroppo si tratta di una realtà che ancora ai nostri giorni affligge milioni di lavoratori nel mondo, non soltanto nei Paesi in via di sviluppo.

Rispetto al periodo del commercio degli schiavi sono cambiate forme e modalità, ma le catene del lavoro forzato continuano a imprigionare numerose vittime in maniera altrettanto atroce e decisamente più sofisticata rispetto al passato: secondo i dati dell’ILO, ci sono più schiavi oggi che in qualsiasi altro periodo della storia dell’umanità. Il lavoro forzato si manifesta, infatti, in diverse forme: servitù per debiti, tratta di esseri umani, induzione alla prostituzione, reclutamento illegale di manodopera e altre tipologie di schiavitù moderna.

Di fronte ad una situazione ancora così drammatica l’ILO ha deciso di lanciare una nuova campagna per promuovere l’eliminazione di questo fenomeno: la campagna 50 For Freedom si pone l’obiettivo di ottenere la ratifica del Protocollo alla Convenzione sul Lavoro Forzato da parte di almeno cinquanta Paesi entro il 2018. Il Protocollo — adottato da rappresentanti di governi, sindacati e organizzazioni datoriali nell’ambito della 103ª Conferenza Internazionale del Lavoro per attualizzare la Convenzione (n. 29) dell’ILO sul lavoro forzato del 1930 — è uno strumento giuridicamente vincolante che intende dare nuovo slancio all’azione mondiale per l’eliminazione del lavoro forzato attraverso un maggiore impegno nella prevenzione, nella protezione e nel risarcimento delle vittime andando oltre la mera persecuzione del reato. Per combattere la piaga dello sfruttamento è però necessario intervenire anche sul sistema di reclutamento dei lavoratori che avviene spesso attraverso pratiche di assunzione fraudolente ed illegali. La «Fair Recruitment Initiative» dell’ILO intende interviene proprio in questo contesto con l’obiettivo di rafforzare i meccanismi per garantire l’attuazione di pratiche di assunzione trasparenti e regolari che tutelino i diritti dei lavoratori.

I nuovi strumenti messi in campo dall’ILO intendono spezzare un sistema dello sfruttamento molto ben radicato che non produce soltanto vittime ma anche ingenti profitti: secondo i dati dell’Agenzia delle Nazioni Unite, sarebbero 21 milioni le persone nel mondo costrette in forme di lavoro forzato che alimenterebbero un giro di profitti illeciti di ben 150 miliardi di dollari. Le nuove forme di schiavitù moderna sono rintracciabili in moltissimi settori e riguardano uomini, donne e bambini. Oltre la metà delle vittime, sottolinea ancora l’ILO, sono proprio le donne che vengono sfruttate come prostitute o lavoratrici domestiche. Per quanto riguarda gli uomini, i settori più a rischio sono quelli delle attività estrattive, delle costruzioni e dell’agricoltura.

Ed è proprio nel settore agricolo che ha preso piede in Italia il fenomeno del caporalato, costringendo sempre più persone, in particolare braccianti immigrati, ai lavori forzati nei campi. Il recente rapporto Filiera sporca ha messo in evidenza la gravità del sistema dello sfruttamento ai danni dei lavoratori immigrati nel nostro meridione: ghetti, lavoro minorile, condizioni abitative da bidonville, tendopoli dove si muore di freddo, violenza contro le donne, sfruttamento selvaggio e caporalato — si legge nel rapporto — rappresentano le normali condizioni a cui sono sottoposti tanti braccianti agricoli. Un fenomeno che alimenta a sua volta l’informalità lavorativa e che foraggia le mafie locali. Di fronte al fenomeno del lavoro forzato nel settore agricolo è necessario uno sforzo congiunto, a partire dalle grandi aziende multinazionali che acquistano il prodotto finito per immetterlo nel mercato. Un appello alla responsabilità a cui ha aderito la Coca Cola che ha deciso, in un’ottica di trasparenza, di rendere pubblici i propri fornitori. Quella della trasparenza è, secondo il rapporto, il primo passo da compiere per poter realmente «pulire» la filiera dello sfruttamento.

La gravità della situazione è confermata dal rapporto a cura della Flai Cgil «Agricoltura e lavoro migrante in Puglia»  che analizza la situazione in una delle regioni italiane a più forte vocazione agricola. Il sistema dello sfruttamento nel Sud dell’Italia sembra particolarmente organizzato ed articolato: secondo i risultati della ricerca, il giro di affari, calcolato durante il periodo della raccolta dei pomodori, è stimabile dai 21 ai 30 milioni di euro. I profitti si gonfiano, naturalmente, a spese dei lavoratori immigrati che lavorano per poche centinaia di euro ad orari disumani e sono costretti a vivere in fatiscenti baracche. Si tratta di circa 50.000 braccianti al nero che percepiscono 400-500 euro per i due mesi di raccolta. Un introito misero che andrà ulteriormente ad assottigliarsi per via delle spese di trasporto, di vitto e di alloggio.

Per poter sradicare questa realtà è fondamentale l’impegno di tutti i soggetti coinvolti, imprese, sindacati e istituzioni. L’iniziativa della «Rete del Lavoro agricolo di qualità», lanciata dal Ministero delle Politiche Agricole, prevede una Cabina di regia, presieduta dall’Inps, di cui fanno parte le organizzazioni sindacali, le organizzazioni professionali agricole, insieme ai rappresentanti dei Ministeri delle Politiche agricole, del Lavoro e dell’Economia e della Conferenza delle Regioni. Attraverso la creazione di questo organismo si intende contrastare lo sfruttamento nei campi attraverso la certificazione di circa 200.000 aziende agricole italiane. Per risolvere i problemi dello sfruttamento e del lavoro sommerso è infine necessario anche un intervento legislativo che aumenti i controlli e inasprisca le pene. Il recente disegno di legge messo a punto dal Governo prevede la confisca dei beni e l’arresto nel caso di sfruttamento, misure che si affiancano agli indennizzi previsti per le vittime e ai maggiori controlli, già aumentati del 20 per cento rispetto allo scorso anno.

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