Precarietà, stagnazione salariale, qualità dell’occupazione, crisi dell’occupazione giovanile, salute e sicurezza nei posti di lavoro, trattati commerciali e immigrazione. Sono questi alcuni dei temi affrontati da Raymond Torres, Direttore del Dipartimento di Ricerca dell’ILO, in occasione della presentazione in Italia del rapporto World Employment and Social Outlook 2015.

Alle crisi interconnesse dell’economia, dell’occupazione, del dialogo sociale e delle migrazioni, Torres oppone l’Agenda del Lavoro Dignitoso perché un’occupazione stabile, sicura e dal reddito adeguato al costo della vita rappresenta la miglior ricetta per garantire uno sviluppo equo e sostenibile.

Precarietà, stagnazione salariale, qualità dell’occupazione, crisi dell’occupazione giovanile, salute e sicurezza nei posti di lavoro, trattati commerciali e immigrazione. Sono questi alcuni dei temi affrontati da Raymond Torres, Direttore del Dipartimento di Ricerca dell’ILO, in occasione della presentazione in Italia del rapporto World Employment and Social Outlook 2015. Alle crisi interconnesse dell’economia, dell’occupazione, del dialogo sociale e delle migrazioni, Torres oppone l’Agenda del Lavoro Dignitoso perché un’occupazione stabile, sicura e dal reddito adeguato al costo della vita rappresenta la miglior ricetta per garantire uno sviluppo equo e sostenibile.

Intervista di Manlio Masucci, giornalista esperto di temi del lavoro

Dr. Torres, c’è l’abitudine a valutare l’andamento del mercato occupazionale basandosi soprattutto su dati quantitativi ma ci sono persone in Italia che lavorano senza sicurezza e per poche centinaia di euro al mese.
Quella della qualità dell’impiego è una questione estremamente importante che passa spesso in secondo piano. L’esperienza ci mostra come politiche che cercano di creare nuova occupazione attraverso la moltiplicazione delle tipologie di contratti, come per esempio i contratti a breve scadenza, non si sono dimostrate effettive nella creazione di impiego a lungo termine ma tendono piuttosto ad alimentare la trappola del lavoro di scarsa qualita’. È invece importante dare sicurezza a queste nuove forme di lavoro, che sia lavoro temporaneo o a tempo parziale per evitare gli abusi. Le protezioni sociali, per esempio, nel caso di lavori a breve termine dovrebbero essere maggiori di quelle dei lavoratori permanenti. L’Italia sta affrontando un periodo di riforme e ci si auspica che queste forme di protezione vengano prese in considerazione.

Intanto, secondo l’ultimo rapporto dell’ILO, “GET Youth 2015”, il tasso di disoccupazione giovanile in Italia risulta essere doppio rispetto al periodo pre crisi.
In primo luogo dobbiamo dire che senza una decisa crescita economica è difficile affrontare e risolvere il problema dell’occupazione giovanile. L’Italia viene da un periodo di crescita lenta, fin da prima della crisi economica. In questo contesto, e specialmente a seguito della crisi, è difficile creare nuova occupazione. Questa situazione ha un impatto forte soprattutto sulle giovani generazioni che entrano nel mercato del lavoro. Ed è per loro molto facile cadere nella trappola del lavoro instabile per cui si è costretti a passare da un contratto a breve termine all’altro con pause di disoccupazione forzata fra l’uno e l’altro. Questo sistema non migliora affatto le opportunità dei giovani di entrare e di integrarsi nel mercato del lavoro.

Nel rapporto ILO si rileva che alla fine del 2014, la disoccupazione di lunga durata colpiva ben il 60 per cento dei giovani in Italia. Quali le politiche da attuare?
Il primo passo è quello della ripresa economica che è alla base della ripresa occupazionale. Ci sono poi le politiche specifiche per la creazione di impiego. A livello europeo, il piano di investimenti Juncker è ben impostato ma al momento risulta troppo limitato. Ci vorrebbe più coraggio. L’Italia, da parte sua, deve cercare di stimolare gli investimenti e migliorare i servizi per l’impiego. Anche la transizione fra scuola e lavoro è un punto fondamentale considerato che in Italia questo passaggio non è sempre così immediato. È invece importante incorporare esperienza lavorativa nei curriculum scolastici dei giovani. Per quanto concerne la disoccupazione di lunga durata, l’Europa ha lanciato la Garanzia Giovani ma questo piano deve essere accompagnato, per un corretto funzionamento, da migliori servizi per l’impiego a livello nazionale. Senza questa condizione non è possibile raccogliere i benefici che potrebbe dare la Garanzia Giovani.

Il Consiglio dei Ministri ha da poco approvato un disegno di legge per la ratifica delle Convenzioni sulla salute e sulla sicurezza dell’ILO in Italia. Ci può parlare dell’impegno della sua organizzazione su questo versante?
Constatiamo che in molti paesi c’è sempre più stress e ansia fra i lavoratori e non solo fra le persone che non lavorano. I nostri studi documentano un aumento molto significativo di problemi di salute mentale. Questo è da mettere in relazione alle condizioni di lavoro in generale e alla pressione dovuta agli obiettivi di produzione, alla volatilità del sistema economico e alla disoccupazione. Quello che è importante sottolineare è che è nell’interesse di ogni economia avere condizioni di lavoro più stabili e meno problemi di sicurezza sul posto di lavoro. Insomma non ci sono solo ragioni sociali ma anche ragioni legate ai budget pubblici che sono messi sotto pressione per il pagamento delle cure per le malattie o per le disabilità. La salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro è importante sia dal punto di vista dei diritti fondamentali ma anche per la sostenibilità della spesa pubblica e quindi della crescita economica.

Dr. Torres, i trattati commerciali di nuova generazione potrebbero rappresentare un’opportunità di sviluppo e crescita? Cosa pensa delle critiche nei confronti del TTIP relative all’impatto sociale degli accordi?
I trattati commerciali, regionali o bilaterali, rappresentano uno dei nuovi volti della globalizzazione. Si tratta di accordi importanti per ottenere migliori risultati economici ma è altrettanto importante che questi accordi includano clausole sociali e del lavoro. In molti casi l’impatto sociale non è però adeguatamente considerato. È giusto tutelare gli investitori con delle clausole specifiche ma è altrettanto legittimo che tali clausole non escludano i paesi dal legiferare in materia di lavoro e di protezione sociale. Gli devono conservare il diritto di legiferare in materia sociale e salariale. Coinvolgere le parti sociali in questi accordi è senz’altro una buona pratica ma non sempre questo avviene. Noi raccomandiamo l’inserimento dei principi dell’ILO nei trattati ma il meccanismo di attuazione deve essere concordato anche con le parti sociali. I negoziati dovrebbero inoltre essere trasparenti. C’è infine la questione della risoluzione delle dispute che andrebbero risolte davanti ad un tribunali piuttosto che attraverso arbitrati privati.

Si parla molto di nuovi modelli di sviluppo sostenibili ed inclusivi. I trattati commerciali potrebbero agire in questa direzione promuovendo la crescita in quei paesi da cui continuano a generarsi notevoli flussi migratori?
L’immigrazione non è solo il prodotto delle guerre ma anche di mancanza di opportunità lavorative nei paesi di provenienza. Il fatto che ci siano ondate migratorie da paesi africani che hanno tassi di crescita economica molto elevati, come Ghana o Angola, dimostra che i modelli di crescita devono essere molto più inclusivi. Studi recenti dimostrano inoltre che l’immigrazione è molto più collegata ai problemi dell’occupazione giovanile in quei paesi piuttosto che alla crescita economica debole. Sono dati importanti  perché significa che gli accordi commerciali con questi paesi devono essere accompagnati da clausole specifiche per lo sviluppo, per assicurarsi che la crescita non si concentri in pochi settori. Una crescita dalle basi ristrette porta alla dislocazione forzata delle popolazioni locali la cui capacità di sussistenza è minata. C’è allora una responsabilità di tutte le parti coinvolte per assicurare che questi accordi possano generare lavoro. Dal mio punto di vista anche la cooperazione allo sviluppo non prende sufficientemente in considerazione la creazione di occupazione. Spesso la cooperazione si concentra sulla costruzione di ponti, porti, aeroporti prestando meno attenzione agli approcci che creano occupazione, anche attraverso gli investimenti pubblici. Il tema dell’occupazione è centrale rispetto allo sviluppo.

L’Italia riuscirà nel frattempo ad ottenere un maggior impegno da parte dell’Unione Europea per gestire i flussi? Recenti studi hanno intanto dimostrato come, nel 2014, il numero dei giovani italiani che hanno lasciato l’Italia è stato superiore al numero degli immigrati.
La soluzione al fenomeno attuale delle migrazioni non può che essere europea. Ci sono state discussioni e speriamo di vederne i risultati al piu’ presto. È necessario però considerare che il numero degli immigrati che cercano di raggiungere l’Europa, non è così elevato in relazione alla popolazione complessiva. Paesi come Turchia e Libano hanno ricevuto, in proporzione, molti più immigrati dell’Europa. Bisogna allora vedere le cose in prospettiva soprattutto in quei paesi dove c’è carenza di manodopera e una popolazione in età avanzata. Questi paesi hanno in realtà bisogno di immigrati. Allora la vera domanda è come integrare i migranti piuttosto che alzare barriere di fronte a casi umanitari e andare contro gli interessi economici dell’Europa. Si deve ricordare inoltre che uno dei principi alla base della costruzione l’Europa è la solidarietà. I paesi membri per entrare a far parte dell’UE hanno aderito a dei principi umanitari che devono rispettare.

Come valuta i fenomeni di xenofobia e populismo che si stanno diffondendo in tutta Europa?
Le persone che vengono in Europa devono fare uno sforzo per integrarsi, rispettando le leggi e i costumi locali e nella maggior parte dei casi queste persone vogliono effettivamente integrarsi, lavorare e possibilmente ritornare ai paesi d’origine. Le relazioni fra gli immigrati e i paesi d’origine sono inoltre ottime per le relazioni economiche. Le reazioni xenofobe e populiste sono un riflesso della situazione di disuguaglianze e insicurezza che sono in crescita in molti paesi europei. Gli immigrati non possono essere ritenuti i responsabili di politiche economiche sbagliate. Molti traggono vantaggio da questa situazione. È allora responsabilità del sistema politico che il dibattito sia alimentato da dati reali e fatti e non dalle percezioni.

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